Insieme a noi...Paola Rossato. #musicinterview

  


Quest'oggi con noi sarà protagonista un'artista che con le sue canzoni ha tanto da trasmettere e dire.
Abbiamo avuto il piacere di poter condividere con voi le sue emozioni. 
Lei è Paola Rossato, diamole il nostro più caloroso benvenuto e... Iniziamo!

Partiamo dalle origini, come è iniziata la tua passione per la musica e qual è la tua prima esperienza in questo mondo? 

La mia passione per la musica è iniziata da bambina e si è intensificata quando ho imparato a suonare la chitarra. 
Passavo ore a suonare e a cantare, nella classica cantina, in chiesa... praticamente ovunque (si dice che si inizi spesso a cantare in cantina o in chiesa... io ho fatto l'en plein). 
Poi mi sono iscritta ad una scuola di canto e lì ho avuto la conferma definitiva che la musica per me non era e non voleva essere soltanto un hobby: così ho iniziato a cantare nei locali, costruendo negli anni padronanza vocale ed esperienza, sempre continuando a studiare. 
Poi ho provato a scrivere delle canzoni, mi sono iscritta a dei concorsi, prima piccoli e via via sempre più importanti, ottenendo ottimi risultati... e adesso sono qui, con la soddisfazione di aver portato a termine la realizzazione del mio primo disco. 


 Parlando del tuo album "Facile", come lo descriveresti e quali sono i brani che useresti per presentarlo? 

“Facile” è un album che potrei definire “vero”, “sincero”, “diretto”.
 In questo disco ci sono io in toto, ci sono i miei punti di vista su molti aspetti della vita quotidiana e su storie altrui che ho riportato filtrandole attraverso il mio sentire. 
E' un album che contiene e presenta molti aspetti della mia personalità, spaziando da canzoni “impegnate”, anche molto “crude”, ad altre più “leggere” o fortemente ironiche.
Mi è difficile scegliere dei brani che rappresentino l'album proprio a causa di questa molteplicità di aspetti, ma potrei citare 3 brani: “Non dormo”, brano molto forte che denuncia lo stress nel mondo del lavoro e le pressioni esercitate da molte aziende sui dipendenti; “Il fiore col codice a barre” in cui, partendo dall'immagine di un fiore con il codice a barre che passa sul nastro di un supermercato, affronto il tema della commercializzazione di valori costruendo un parallelo con altre situazioni, il tutto in un continuo gioco di parole e di immagini. 
Scrivere questa canzone mi ha divertita moltissimo. Infine sceglierei “Emmi (Gr.), che non posso spiegare... posso solo dire che è un brano che... nasconde un trucco. Ma per svelarlo bisogna ascoltarla. 

L'album è caratterizzato da basi ricercate e originali, come avviene il processo creativo della tua musica? 

Nessuno me lo ha mai spiegato, non credo ci sia una regola. 
C'è chi parte dalla scrittura del testo per poi musicare il tutto, chi fa il contrario... io imbraccio la chitarra, inizio a suonare e le parole e la musica escono insieme pian piano, quasi come se stessi cantando direttamente la canzone. 
La maggior parte dei miei brani è stata scritta così, di getto.
Per quanto riguarda gli arrangiamenti, di alcuni avevo già un'idea abbastanza precisa ma la maggior parte del “vestito” è stato curato insieme ai musicisti che hanno suonato nel disco. 
Ognuno di loro ha apportato delle idee di arrangiamento, è stato un lavoro fatto insieme e sono felice del risultato. 
Vorrei citare i nomi dei musicisti: Sergio Giangaspero (chitarre e cori), Simone Serafini (basso, contrabbasso, violoncello), Ermes Ghirardini (batteria e percussioni), Gianpaolo Rinaldi (pianoforte, tastiere, organo hammond), Mirko Cisilino (tromba e trombone), Nevio Zaninotto (sax). Il tutto registrato da Francesco Marzona presso il Birdland studio tra Gorizia e Udine.
Una bella equipe di persone. 
   
"Confine", secondo te ad oggi nella musica c'è un confine da non superare mai o quello che vorresti abbattere per arrivare a più gente possibile? 

Quel che personalmente desidero è restare “vera”; non amo le canzoni che a me sembrano “vuote”, costruite senza cuore. 
Poi, sai... ognuno filtra il mondo attraverso il proprio vissuto, per cui quel che a me può sembrare vuoto magari emoziona altre persone. 
Quello che c'è nel disco è stato scritto e poi interpretato sempre con una forte dose di sincerità. Per quanto riguarda gli altri, non me la sento di dar giudizi. 
Ci sono limiti che secondo il mio sentire sono stati già ampiamente superati nella musica, ma sono punti di vista.
Per arrivare a più persone con i miei brani, se avessi la famosa bacchetta magica, probabilmente
creerei tantissimo denaro per potermi promuovere in modo forte e costantemente e farei esclusivamente musica. 
Mi ritengo davvero fortunata ad avere però delle persone assolutamente professionali, attente e competenti che stanno lavorando per dare visibilità a questo progetto e per portarlo avanti. 
Il disco arriverà a più gente possibile, anche se a passo rilassato da lumachina. 
Ma ci arriveremo lo stesso. 

"Il mio tempo perfetto", collegandoci al brano, qual è l'epoca musicale in cui vorresti vivere se avessi una macchina del tempo? 

Mi va bene questo. 
Credo che ogni periodo storico abbia le proprie difficoltà. 
A volte mi viene da pensare quasi con una sorta di malinconia agli anni in cui esisteva la discografia paziente, attenta, forse un pochino più umana. 
Quella che affiancava gli artisti. Ma forse se avessi vissuto quegli anni nemmeno avrei fatto musica. Non c'erano le scuole di musica ovunque come adesso, né tutti i mezzi di adesso... forse il “colpo di fulmine” per la musica non ci sarebbe stato, o meglio non me ne sarei accorta come è successo quando per la prima volta ho cantato con un microfono. 
Quello è stato un colpo di fulmine forte. Un'emozione enorme.
 È lì che ho capito in modo chiaro che la musica non era “soltanto” un hobby per me. 
Ma negli anni '60 forse nemmeno avrei avuto la possibilità di accorgermene o di intraprendere tutto il percorso che ho intrapreso in questi anni. 

Domanda di rito: cosa consiglieresti a chi come te vorrebbe intraprendere la tua stessa strada? 
E fai un saluto ai lettori di Outsider. 

Consiglierei di studiare tanto. Di studiare musica. 
Teoria, armonia... di imparare a suonare uno o più strumenti, di ascoltare tanta tanta musica giocando ad analizzare i brani, chiedendosi come mai un brano “funziona” ... montandolo e smontandolo come fosse una macchinina.
E poi consiglierei di fare pratica. Gavetta. Tantissima.
 Di iniziare a cantare/suonare nei locali, in chiesa, in cantina, nei matrimoni, nei festival, ovunque. Il tutto però non in modo “passivo”, ma cercando di “studiare” nel frattempo: sperimentando le varie possibilità vocali durante le serate, imparando come funziona un mixer, cogliendo l'occasione per imparare a rapportarsi con il pubblico. Bisogna darsi da fare, imparare una marea di cose. È fondamentale.
I ragazzi devono levarsi dalla testa il fatto che per cantare basta prendere in mano un microfono. 
C'è un mondo dietro. Se non si studia, se dietro non c'è una buona preparazione in tutti gli aspetti, anche personale (mi riferisco al modo di rapportarsi alle persone, al modo di “incassare” eventuali rifiuti, alla predisposizione mentale ad eventuali critiche, a nuove sfide...) il gioco dura un secondo. In questo nei talent e trasmissioni televisive “facili” è stato dato il messaggio opposto.
 È stata una trovata ottima dal punto di vista commerciale, assolutamente azzeccata. Ma le cose non funzionano così. Dietro c'è tanto, tanto lavoro. 
Un grosso abbraccio a tutti i lettori di Outsider!!!... e buona musica!
Paola.

Ringraziamo di cuore Paola, tutto il suo staff e il suo ufficio stampa.
Vi invitiamo a seguirla e supportarla nel proprio sogno e....
Buona musica a tutti!



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